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Viva la perplessità. Intervista a Denis Rudenko

Viva la perplessità. Intervista a Denis Rudenko

Intervista: il wine taster russo racconta l'attuale situazione del mercato del vino nel suo paese e le abitudini dei consumatori
aprile 10, 2015

Denis Rudenko, wine taster, fondatore e animatore del Centro di degustazione “750 ml” a Mosca, è uno dei più famosi critici russi in materia di vino. Gli abbiamo chiesto di sbilanciarsi, di osare, di farci prevedere… il futuro prossimo in un mercato di grandi possibilità che per adesso suscita soprattutto diffidenza e attesa.

La situazione del mercato del vino resta ancora tramortita dalle sanzioni e dal crollo del rublo?
L’impatto delle sanzioni non ha toccato il mercato di vino. Il crollo del rublo si. Secondo i contratti, gli importatori ricevevano i pagamenti dai distributori mediamente tra i 30-60 giorni.
I vini consegnati a novembre avevano i prezzi stabiliti sul cambio 1 euro-40 rubli. A Natale il cambio euro/rublo è salito a 90. In base ai contratti che ho potuto visionare, gli importatori non possono modificare i prezzi di listino se non con un preavviso minimo di 40 giorni. Tutti gli importatori si sono trovati in zona “rischio”.
Natale è passato.
Dalla fine di gennaio il cambio è più o meno stabile. Il mercato sta riprendendo.
Di questi tempi stanno meglio gli importatori con proprie catene di distribuzione. Per esempio Aroma, con i 200 negozi “Aromatnyj Mir”, di cui 100 nella capitale e nella circostante regione.
Ma anche Azbuka Vkusa, con i suoi 78 supermercati omonimi, 4 minimercati DAILY, 2 ipermercati “Market” e 3 enoteche specializzate.
Quest’ultimo si comporta in una maniera molto saggia: sui suoi scaffali il 60-70% del vino è di diretta importazione e sono presenti tutte le posizioni, dal vino di 400-500 rubli fino al segmento luxury.
Gli altri hanno le mani legate, non possono cambiare i prezzi e comunque con il cambio ballerino dovrebbero giocare d’azzardo. Perciò tendono a ridurre il rischio diminuendo importazioni e costi di distribuzione.

Come il consumatore finale vive questa situazione?
Sinceramente, mi aspettavo una situazione peggiore. Sono fondatore del Centro di degustazioni e nel primo momento ho pensato che sarebbe stato un disastro. Invece non lo è: oggi come oggi abbiamo le stesse 4-5 degustazioni settimanali e chiudiamo le iscrizioni per esaurimento posti non più in 15 minuti (come lo era prima), ma in un’ora, e comunque rimane pieno.
Con la crescita dei prezzi noto che il consumatore prova a cercare i vini che costano un po’ di meno oppure compra 2 bottiglie e non più 3, ma non ha smesso di bere il vino o non si è diritto verso la birra, per esempio. Forse, chi beveva Chianti riserva, proverà a comprare qualcosa di più semplice, per rimanere dentro la Toscana. Non si vede quella catastrofe, come sembrava all’inizio.

Ma i consumatori nella ricerca di vino che costa meno, non cominciano a bere Cile, abbandonando l’Italia? Rimangono leali?
Io vedo che c’è una grande percentuale di consumatori leali. Chi comprava vino italiano, non va da nessuna parte. Forse si spostano dal costoso Piemonte verso i vini del Lazio, della Puglia o dell’Abruzzo.
Secondo me, Francia e Italia rimarranno i leader nel mercato di vini. Perché, parlando sinceramente, non sono rimasti i paesi economici: l’Australia è cara per quanto riguarda la logistica, il prezzo di 1 litro di vino del Cile è in costante crescita da ormai 10 anni. Forse, l’unica da temere è la Spagna, paese psicologicamente più vicino all’Italia. Per il consumatore è molto semplice farsi la domanda: “Se abbiamo bevuto i vini italiani perché non provare quelli spagnoli? E costano pure meno”. Ma la Spagna ha un grande problema: nessuno dei produttori si è preoccupato di creare un’immagine di sé e dei suoi vini. Come tutti sappiamo, se non c’è l’immagine, non c’è la distribuzione. In Spagna ci sono tantissimi tempranilio noname, la gente può nominare anche rioja, ma non conosce nessun produttore forse, tranne Torres. La Spagna non ha i grandi nomi, l’Italia invece si.

Secondo Lei cosa devono fare i produttori che importavano in Russia e hanno investito nel nome e nell’immagine? Aspettare?
Direi che, se si vuole conservare la nicchia e l’immagine del proprio vino in una situazione di crisi, non si può avere le stesse aspettative di guadagno, come prima. Questa dovrebbe essere una scelta decisiva. Io personalmente vedo solo tre possibilità. La prima: fare quello che già si faceva con un risultato non prognosticabile e con una diminuzione dei volumi. La seconda: diminuire il guadagno per conservare la nicchia. La terza possibilità: scendere nella qualità, rischiando di peggiorare l’immagine, ma parzialmente conservare sia nicchia sia guadagno. Io personalmente come presidente e fondatore del Centro ho preso la decisione di diminuire il guadagno, senza aumentare sensibilmente i prezzi. L’ho fatto per un motivo semplice – con il forte aumento dei prezzi nella lunga distanza perderò più clienti. Lo sappiamo tutti che ci vuole poco per rovinare quello che hai costruito in 10 anni.
Presumo che da maggio-giugno ci abitueremo al nuovo cambio euro/rublo e ai nuovi prezzi. Non lo so per certo, non sono un profeta, ogni giorno escono notizie e non si sa cosa possa succedere domani, ma io credo nel futuro. Faccio le stesse lezioni e degustazioni con gli stessi vini di qualità e spero che nel frattempo la situazione diventi più chiara e trasparente.