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Krasilnikov: Azbuka Vkusa crede nel vino italiano

Krasilnikov: Azbuka Vkusa crede nel vino italiano

La catena distributiva, 82 punti vendita e 3 enotche, spiega la propria strategia di alleanza con i produttori
settembre 23, 2015

Il 22 settembre si è svolta a Milano la videoconferenza internazionale “Italia-Eurasia: il dialogo. Come il vino italiano può accedere ai mercati dell’Unione Economica Eurasiatica”. La conferenza, trasmessa in diretta streaming, è stata organizzata tra Mosca e Milano. Al termine dei lavori abbiamo incontrato Dmitry Krasilnikov, l’import manager di Azbuka Vkusa.

La Russia importa sempre più vini dall’Australia e dal Cile. Ci state sostituendo?

È da tanto che la Russia importa vini da questi Paesi, non c’è nessuna novità in questo. Il mercato russo sta crescendo, sta diventando molto competitivo. Nella fascia media e medio-alta vince il rapporto qualità-prezzo.

Cosa pesa di più per il vino italiano in Russia, la crisi, le sanzioni che colpiscono la filiera alimentare (anche se il vino ne è escluso) o l’indebolimento della moneta nazionale russa?

Si, bisogna mettere a fuoco il tema dell’embargo e quello della svalutazione del rublo.
Che il vino sia escluso dall’embargo è una magra consolazione: cibo e vino italiani vanno di pari passo, anche logisticamente parlando. Se cade uno, cade in qualche modo anche l’altro. La situazione è difficile per tutti. Ma qui si tratta di non sottovalutare i consumatori: la cultura del vino è sempre in crescita in Russia. Naturalmente rimangono gli stereotipi, ma tra la popolazione meno toccata dai due problemi citati, cioè nel segmento medio e alto del mercato, l’interesse per il vino è tuttora in crescita. I consumatori della fascia top-premium li conosciamo bene. Ma qui non parliamo di vini che in Russia si vendono all’equivalente di 200 euro. Ad Azbuka Vkusa non interessano i vini costosi. Interessano le nuove offerte di piccole e medie cantine capaci di innovare i prodotti, uscendo dalla solita scelta Chardonnay o Cabernet. Qui siete imbattibili. Cerchiamo novità, con un approccio più sottile e creativo e puntiamo molto ad offrire servizi che accorcino la filiera che arriva alla vendita, eliminando passaggi e retribuendo maggiormente il prodotto in cantina.

E qui cominciano le note dolenti.

La politica dei prezzi è il punto discriminante per tutti, non solo per i produttori. Ci sono tanti importatori, tante offerte, non solo dall’Italia ma direi da tutto il mondo. A noi interessa l’Italia. E la nostra filosofia è semplice: il produttore deve essere in grado di lavorare, di costruire una strategia efficace per il mercato russo con il suo importatore. Il produttore non vende il suo vino all’importatore, ma ai consumatori finali. Questa è la nostra filosofia. È un lavoro comune quello che va fatto e non una transazione commerciale più o meno vantaggiosa per entrambe le parti, non per una sola di esse. Solo nel lavoro comune tra partner è possibile offrire il messaggio giusto al consumatore finale.

In Russia, al momento, è vietata la pubblicità delle bevande alcoliche. Quindi anche del vino. Inoltre è vietata la vendita online. Come fanno le piccole imprese italiane a farsi conoscere e apprezzare?

A mio parere, il vino non ha bisogno della pubblicità. Dirò di più: meno male che è vietata la pubblicità. Ci sono altri modi per farsi conoscere e voi italiani lo sapete bene perché li praticate. Bastano e avanzano. Bisogna accorciare la filiera, fare politiche incisive sui passaggi intermedi e arrivare in poche mosse alla vendita. Per quanto riguarda la vendita del vino online, questo segmento non è particolarmente rilevante sul mercato; forse, in futuro, potrebbe crescere, a patto che venga tolto il divieto. Staremo a vedere. Di certo l’infrastruttura (e i costi) necessaria all’online non è molto diversa da quella di cui si serve la distribuzione “fisica”.

Cosa pensa del vino biologico in Russia?

Si tratta di un fenomeno molto interessante. Non quantitativamente, almeno per ora. Ma in prospettiva. Questo segmento è molto, molto modesto per essere usato come cavallo di battaglia o come ariete per lo sfondamento delle barriere d’accesso. Però riconosco che è molto promettente. Purtroppo, per ora, l’etichetta bio fa sì che quella bottiglia costi di più di una non bio. I consumatori russi non capiscono perché devono pagare tale differenza. Sfortunatamente, nella maggior parte dei casi, il bio viene utilizzato come un strumento di marketing, e non sempre ha successo. Conosco alcuni vini bio molto buoni, che mi piacciono. A mio parere, è una buona idea e senza dubbio si evolverà, perché tocca uno dei fondamenti a cui il mercato è molto sensibile, la qualità. Ma la strada è ancora lunga. (A.H.)