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Intervista a Marco Ghiglione (Simple): così cambia il mercato russo

Intervista a Marco Ghiglione (Simple): così cambia il mercato russo

I vini più apprezzati, le regioni più promettenti, le abitudini dei consumatori: Ghiglione racconta il mercato del vino in Russia
settembre 21, 2015

Si definisce un tipo “poco diplomatico”. Irriverente, senza dubbio. Uno di quelli che inRussia è riuscito a diventare punto di riferimento nel proprio settore, facendo del Made in Italy non solo una professione ma un vero stile di vita. Quarantacinque anni, di cui gli ultimi cinque trascorsi a Mosca, Marco Ghiglione è sommelier e brand ambassador perSimple Group, leader russo nell’import di vino italiano nella Federazione, di recente al centro di alcune polemiche con delle cantine per via di presunti mancati pagamenti.

Con la crisi del rublo e le sanzioni, il gruppo sta cercando di difendere quella fetta di mercato che nei primi sei mesi del 2015, secondo i dati di Federvini, ha perso il 37% in termini di volumi importati dall’Italia rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il Belpaese, infatti, nel primo semestre dell’anno ha esportato in Russia vino per un valore di 24,2 milioni di euro, ovvero un 36% in meno rispetto allo stesso periodo del 2014.

Nonostante la crisi, perché Simple continua a essere un punto di riferimento per l’importazione e la distribuzione dei vini italiani in Russia?

È una delle ditte da più tempo presenti sul mercato e tra le più imponenti a livello di dimensioni e fatturato. Le persone che lavorano in Simple conoscono molto bene sia l’italiano, sia la realtà italiana. Il nostro vicepresidente Anatoly Korneev, per esempio, praticamente è un po’ italiano pure lui.

Cosa fa Simple per garantire la presenza del vino italiano anche in altre zone del Paese, a parte Mosca e San Pietroburgo?

Abbiamo una rete di distributori regionali sparsi in maniera capillare sul territorio. Da sempre siamo una delle ditte che “coprono” al meglio l’immenso territorio russo.

Quali strategie sarebbe necessario adottare per affrontare le nuove realtà di importazione che si affacciano sul mercato?

Parlando di concorrenza, a mio avviso le ditte più piccole dovrebbero puntare sulla nicchia, su aziende medio piccole che forniscono prodotti molto caratterizzati. I quattro-cinque importatori più grandi esistenti da tempo hanno in portfolio tutte le più importanti realtà vinicole mondiali (non solo italiane ovviamente) e in questo settore non si inventa nulla di “grosso” in poco tempo, anche con ingenti capitali. Parlando invece di nuove prospettive e problemi, in partenza sono uguali per tutti, ma poi alla lunga fanno sì che il mercato sia più selettivo e che quindi chi è già debole sia destinato a ridimensionarsi fortemente, se non addirittura a cadere.

A parte Mosca e San Pietroburgo, quali sono le regioni russe dove si registra il maggior interesse nei confronti del vino italiano? 

Sicuramente le grandi realtà come Nizhnij Novgorod, Novosibirsk, Ekaterinburg, Volgograd, oltre alle città più turistiche del sud come Sochi e Krasnodar. Ho conosciuto personalmente alcuni professionisti e imprenditori di queste città e devo dire che non hanno nulla da invidiare ai colleghi di Mosca. Anzi, a volte nella capitale le cose sono, o erano, “troppo facili”.

Quali sono i vini più richiesti e apprezzati dai russi? Si è registrato un cambiamento di tendenze negli ultimi anni?

Qui andiamo nei punti dolenti. Volendo generalizzare, si tratta di un mercato mediamente molto immaturo. Certo, ci sono persone competenti, anche tra i clienti finali, che apprezzano e capiscono il vino. Ma in generale siamo ancora molto indietro perché, come in molti altri Paesi, non c’è una tradizione e una cultura del vino. Il vino in Russia per la maggior parte dei consumatori è una bevanda alcolica. Punto. E questo è quel segmento che compra vino badando soprattutto al prezzo. Poi ci sono quelli che ne fanno uno status. Anche questi badano al prezzo, ma lo fanno in modo contrario a quelli del primo segmento. Quindi ci sono quelli che bevono per piacere, ma che hanno palati molto “elementari” e non di rado fanno abbinamenti improbabili. Il vino per questo segmento deve essere morbido, pieno, appagante. Molto spesso i vini dolci sono usati a sproposito. Infine ci sono quelli che cominciano a capirlo, il vino. Certo sono in aumentano, ma con una velocità molto bassa. La recente crisi di certo non aiuta. E non aiuta nemmeno il poco investimento che si fa nella ristorazione in sala. Molto spesso non ci sono professionisti adeguati: i cosiddetti addetti ai lavori sono loro i primi improvvisati, perché non hanno qualifiche. Ma chi è qualificato costa. In cucina si sono fatti investimenti per chef di livello, in sala no. Si pensa erroneamente che non serva. E di questo passo il cliente finale non evolverà mai. Per la maggiore vanno i vini che si vendono da soli, perché ormai sono conosciuti dal pubblico, che non è consigliato e indirizzato ma lasciato con una carta dei vini in mano: carta dei vini spesso divisa solo per prezzo.

Quanto i russi sono interessati alla qualità del vino che bevono?C’è stata una maggior presa di coscienza negli anni?

Non molto, basta che o costi poco, o costi molto, o sia qualcosa di conosciuto e rassicurante. Come spiegare altrimenti il fatto che venga ordinato al tavolo o preso dagli scaffali il Pinot Grigio che, escluse alcune interessantissime produzioni, è un vitigno trattato con una mediocrità perfino imbarazzante? La presa di coscienza avviene molto lentamente, troppo, per i motivi sopracitati.

Come valuta le ricadute sul consumo del vino italiano in Russia aseguito della crisi economica che sta affliggendo il paese?

È molto dura, per tutti, non solo per il vino italiano. Rendiamoci conto che tutti i prodotti di importazione, anche quando non ci sono i problemi legati alle sanzioni, nell’ultimo anno hanno praticamente raddoppiato il loro prezzo. Inoltre la estrema volatilità del rublo crea ulteriori problemi nello stabilire listini prezzo che non siano ogni giorno in fluttuazione. Non vorrei essere nei panni di chi stabilisce questi listini prezzo. Ci vorrà del tempo, minimo alcuni anni, per rimettere le cose a posto, e prima di tutto occorrerà una moneta locale abbastanza stabile o perlomeno con un trend regolare. Ora è il caos. Nel caos comunque chi si muove meglio, vince.

Intervista di Svetlana Borisova